Dentro la vita di ciascuno, per la vita di tutti

di Giuseppe Notarstefano - Un incontro bello, intenso, gioioso. Un dialogo autentico tra pastore e popolo. Un colloquio appassionato tra padre e figli. L’incontro che i rappresentanti delle associazioni di Azione Cattolica partecipanti al II Congresso internazionale del Fiac hanno sperimentato può essere riletto secondo queste tre diverse chiavi.
Papa Francesco ha donato all’Ac parole importanti ma anche – come nel suo stile – compiuto gesti significativi e, soprattutto, offerto una prospettiva pastorale ampia che sollecita e mobilità le responsabilità di ciascuno. Ha donato, ma ha anche chiesto all’Ac un impegno per un radicale cambiamento: Voglio un’Azione Cattolica tra la gente, nella parrocchia, nella diocesi, nel paese, nel quartiere, nella famiglia, nello studio e nel lavoro, nella campagna, negli ambiti propri della vita. È in questi nuovi areopaghi che si prendono decisioni e si costruisce la cultura.
Abbiamo ascoltato parole vibranti, espressioni che abbiamo letto e meditato in questi anni sui testi conciliari, che abbiamo ripetuto e rilanciato nelle nostre scuole associative e negli incontri di formazione, parole che abbiamo ritrovato ancora più fresche e coinvolgenti che mai in Evangelii Gaudium e che ora ci appaiono risuonare con la potenza di una melodia travolgente.
Parole del Vescovo di Roma, successore degli apostoli, che vengono affidate ai laici di Azione Cattolica non solo come programma ma come vero e proprio mandato a partecipare ancora più intensamente al compito straordinariamente faticoso ed urgente della evangelizzazione: la missione non è un compito tra i tanti nell’Azione Cattolica, è il compito. L’Azione Cattolica ha il carisma di portare avanti la pastorale della Chiesa.
In ragione di questo dobbiamo assumere la totalità della missione della Chiesa in generosa appartenenza alla Chiesa diocesana a partire dalla Parrocchia, ma dobbiamo farlo da laici cioè uomini e donne, ragazzi giovani ed adulti che si mobilitano per raggiungere le persone attraverso una testimonianza che è quotidiana, non episodica, che è organizzata e non improvvisata e che soprattutto è concreta ossia incarnata nella complessità della vita di questo tempo, soprattutto nelle sue periferie. Per questo ci deve stare a cuore la vita, tutta intera, nella sua drammatica realtà:  la realtà dà il ritmo al dinamismo missionario. In ascolto del Maestro interiore che ci sostiene – ci ricorda così Francesco l’importanza del discernimento personale e comunitario. Esso è un processo finemente spirituale che ci aiuta ad avere uno sguardo nuovo sulla vita del mondo, uno sguardo disponibile a riconoscere i segni del Regno di Dio che cresce, a valorizzare ciò che c’è di buono,  di bello, di giusto e di vero, a non cedere alla tentazione di demolire  la vita delle persone giudicandola severamente e di seppellire la cultura dei nostri contemporanei valutandola come “perduta”. Per questo dobbiamo rendere ancora di più ospitali e accoglienti le nostre associazioni: Non siate dogane. Non potete essere più restrittivi della stessa Chiesa né più papisti del Papa. Aprite le porte, non fate esami di perfezione cristiana perché così facendo promuoverete un fariseismo ipocrita. La concretezza chiede di stare in mezzo al popolo, alla gente come ha più volte ripetuto il papa chiarendo che questo atteggiamento è demagogia quando è sottratto a quella “mistica del vivere insieme” , mescolati a tutti , costruendo ogni giorni trame di dialogo, facendo affiorare quella saggezza popolare che appartiene alla memoria del popolo.
Condividere la vita della gente e imparare a scoprire quali sono i suoi interessi e le sue ricerche, quali sono i suoi aneliti e le sue ferite più profonde; e di che cosa ha bisogno da noi. Ciò è fondamentale per non cadere nella sterilità di dare risposte a domande che nessuno si fa. I modi di evangelizzare si possono pensare da una scrivania, ma solo dopo essere stati in mezzo al popolo e non al contrario.
Il popolo è una categoria “mitica” non ideologica!
L’impegno che assumono i laici che aderiscono all’Azione Cattolica guarda avanti. È la decisione di lavorare per la costruzione del regno. Non bisogna “burocratizzare” questa grazia particolare perché l’invito del Signore viene quando meno ce lo aspettiamo; non possiamo neppure “sacramentalizzare” l’ufficializzazione con requisiti che rispondono a un altro ambito della vita della fede e non a quello dell’impegno evangelizzatore. Tutti hanno diritto a essere evangelizzatori.
Il pontefice esorta i laici di Ac a vivere il proprio impegno di discepolato missionario pienamente immersi nella vita concreta delle persone - superando le tentazioni del clericalismo così come quelle del pelagianesimo e dello gnosticismo! - raggiungendo tutti e incontrando davvero ogni dimensione della vita, senza timore ma con amore. Come ha mostrato Gesù che ha sempre amato tutto di tutti: seguire i passi del maestro che non ha provato disgusto per nulla.
Ciò richiede la cura della originalità di ciascuno che va scoperta e accompagnata:  Non dimenticatevi però di impostare il tema vocazionale con serietà. Richiede l’amore per ciò che è fragile e pertanto prezioso e spesso viene scartato da una cultura troppo ansiosa di perfezione e di efficienza:  gli anziani come i giovani, i malati e i sofferenti nel corpo e nello spirito, gli emarginati e persino gli esclusi dalla società civile come i carcerati anche quelli  condannati a pene definitive. Di tutte queste periferie siamo invitati a prenderci cura, da tutte queste periferie siamo invitati a riprendere il cammino dell’Ac.
È vitale rinnovare e aggiornare l’impegno dell’Azione Cattolica per l’evangelizzazione, giungendo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, in tutte le periferie esistenziali, veramente, non come una semplice formulazione di principi.
Rileggere tutta l’esperienza associativa, la sua struttura organizzativa e i nostri percorsi formativi compiendo questo esercizio. Ci stiamo allenando a bordo campo, ma occorre iniziare al più presto la partita: ci ricorda Francesco ciò che ci ha detto più volte ciò implica ripensare i vostri piani di formazione, le vostre forme di apostolato e persino la vostra stessa preghiera affinché siano essenzialmente, e non occasionalmente, missionari. Abbandonare il vecchio criterio: perché si è sempre fatto così
Aver dato priorità alla vita delle persone e al discernimento implicherà un modo differente di elaborare e vivere il nostro servizio pastorale che ci chiede la rinuncia al controllo e la libertà che viene dal sentirsi guidati allo Spirito, che ci aiuta a valorizzare la formazione nell’azione così come la contemplazione dell’azione, che ci incoraggia a valorizzare tutti ma proprio tutti perché nessuno è così povero da non avere talenti e doni per la crescita comune.
Da ciò deriva il bisogno di “fare nuove tutte le cose” che ha caratterizzato tutto il nostro percorso assembleare e che ci vedrà nei prossimi giorni alle prese con una possibilità straordinaria e preziosa di rinnovamento associativo: documenti certo, nuovi responsabili chiaramente.. ma soprattutto un orizzonte ampio all’interno del quale ciascun aderente e socio di AC, ciascun simpatizzante e sostenitore dell’associazione a tutti i livelli si senta coinvolto in questo compito che il papa oggi ci affida.
Un’Azione Cattolica più popolare, più incarnata, vi causerà problemi, perché vorranno far parte dell’istituzione persone che apparentemente non sono in condizioni di farlo: famiglie in cui i genitori non si sono sposati in Chiesa, uomini e donne con un passato o un presente difficile ma che lottano, giovani disorientati e feriti. È una sfida alla maternità ecclesiale dell’Azione Cattolica; ricevere tutti e accompagnarli nel cammino della vita con le croci che portano sulle spalle.
Tutti possono partecipare a partire da ciò che hanno e con quel che possono.
Per questo popolo concreto ci si forma. Con questo e per questo popolo concreto si prega.

Giuseppe Notarstefano, Vicepresidente nazionale Ac per il Settore Adulti