Gettando il cuore oltre l’ostacolo. Per un futuro buono

di Gianni Di Santo - Il tempo che stiamo vivendo chiede all’Ac di acquistare nuova spinta, con coraggio, con creatività, con fiducia. Per rispondere alle attese di bene che c’è nel mondo. È il momento, spiega Matteo Truffelli nella relazione di apertura,  di lasciare un po’ di titubanze e timidezze, rispolverando l’ardore e la generosità, ma forse anche un  pizzico di giovanile sfrontatezza. Per gettare il seme buono del Vangelo dentro le zolle del proprio tempo.

“È il Signore, non noi, che continuamente fa nuove tutte le cose, che ogni giorno riempie di senso la storia degli uomini. Crediamo che sia l’Amore di Dio a renderci capaci di questa novità: novità di sguardo su noi stessi, sugli altri e sugli eventi; novità di atteggiamenti, di relazioni umane, interpersonali e sociali; novità che necessariamente diviene anche “segno di contraddizione” rispetto alle logiche disumanizzanti che spesso caratterizzano i rapporti tra gli uomini e i popoli”.

Inizia così la relazione di apertura di Matteo Truffelli alla XVI Assemblea nazionale dell’Ac. Le parole di papa Francesco hanno lasciato il segno giovedì sera. Così come le provocazioni piene di bene di Enzo Bianchi di venerdì sera. Ci si attende molto dall’Azione cattolica. Lo attende la Chiesa, il Paese. Ma anche il tessuto sociale e civile di un popolo di Dio che vive la complessità di questo tempo e le sue fragilità.

Non siamo noi che facciamo nuove le cose, ma a noi la novità è donata e affidata. A noi è chiesto, chiarisce subito Truffelli, di lasciarci permeare dalla novità per fare nuova la nostra vita e concorrere così a fare nuova la vita del mondo. “Di metterci in ascolto della novità che fermenta il nostro tempo per cercare di comprendere, insieme, come stare dentro di esso da discepoli-missionari, accogliendo il dono della fede che rinnova e trasforma la vita e facendoci compagni di strada di tutti coloro che camminano accanto a noi nel mondo”.

Fare nuove le cose non si riduce dunque a fare delle cose nuove, diverse. Semmai spinge l’Ac a essere sale del nostro tempo, lievito, sale. Ricomprendendo in profondità il senso di quelli che papa Francesco ha definito i “quattro pilastri” dell’Ac: preghiera, formazione, sacrificio, apostolato.

La nostra storia, allora, la storia dell’Ac, è soprattutto una storia di corresponsabilità laicale: di appassionata vita ecclesiale condivisa tra laici, pastori e presbiteri; tra adulti, giovani e ragazzi; tra uomini e donne; tra persone, famiglie e gruppi di differente cultura, esperienza, sensibilità, condizione sociale ed economica. Tra differenti livelli territoriali: associazioni parrocchiali, diocesane, regionali, Associazione nazionale. Una storia che Truffelli definisce “sinodale”. Per la sua capacità di mettere insieme, invece che dividere.

Proprio per questo la Presidenza nazionale ha scelto come segno del centocinquantesimo di dare vita a un progetto che nasce dalla storia dell’Ac ma che non celebra la sua storia, anzi, si immerge nel presente per seminare futuro. Un progetto che nasce dal legame che da molto tempo custodisce con la Terra Santa. Si tratta del progetto di servizio “Al vedere la Stella...”. Una proposta che ogni mese porterà a Betlemme un piccolo gruppo di persone per toccare e servire la carne di coloro che ci mostrano, oggi, il volto di chi continua a nascere nella mangiatoia perché non trova posto altrove.

“Probabilmente, allora – continua Truffelli - essere Chiesa in uscita oggi significa anche sapere che in una stagione di precarietà e di sfilacciamento è chiesto pure a noi di accettare senza spaventarci una condizione di incertezza e di debolezza, condividendo, anche così, la condizione degli uomini di oggi. Non preoccupandoci se siamo un’Azione cattolica chiamata a muoversi su un terreno inesplorato, in cui sembra sempre più difficile orientarsi. Se abbiamo meno sicurezze, ma intuiamo che la realtà di cui siamo parte ci chiede di non fermarci alle cose che hanno funzionato finora, di non accomodarci su ciò che sappiamo fare bene, su ciò che ci rassicura”.

Sono cambiate molte cose rispetto al passato. Il senso di appartenenza dei propri aderenti, la loro consapevolezza di far parte di un’associazione nazionale che si pone a servizio della Chiesa locale e del territorio. “Un’Azione cattolica – riprende Truffelli - più precaria e più fragile rispetto anche solo a pochi anni fa, sotto diversi punti di vista: un certo indebolirsi della capacità di tenuta dei responsabili associativi ed educativi, che sempre più sembrano scontare la fatica di coniugare il proprio servizio con la quotidianità dell’esistenza; il progressivo ridursi delle disponibilità ad assumere ruoli di responsabilità e di collaborazione ai vari livelli dell’Associazione, da quello parrocchiale a quello nazionale; la difficoltà sempre maggiore con cui i nostri assistenti riescono a tenere insieme la molteplicità di incarichi che gli sono affidati, e altro ancora”.

Ma tutto ciò, oggi, rappresenta una risorsa preziosa per la Chiesa e per il Paese.

Ecco perché, oggi, ancora di più adesso, per l’Ac è arrivato il tempo delle alleanze. Fuori e dentro la Chiesa. Fuori e dentro il Paese. Lungo i confini, i margini, lungo le periferie dell’esistenza e del pensiero. Lungo le strade talvolta inaspettate degli uomini. Contribuire alla costruzione del bene comune vuol dire anche saper alimentare dentro il corpo della società un tessuto di relazioni buone, di conoscenza e stima reciproca, di condivisione della passione per il Bene comune, di ricerca ostinata dei terreni comuni su cui incontrarci con chi è portatore di sensibilità differenti.

“Siamo e vogliamo rimanere radicati dentro le parrocchie, per aiutarle a reinterpretarsi in senso missionario e a camminare con lo stesso passo e nella stessa direzione di ciascuna diocesi”. Ma, allo stesso tempo, dobbiamo sentirci interpellati in maniera forte anche dai percorsi di riorganizzazione territoriale che molte Chiese locali stanno vivendo.

“Mi sembra proprio questa – conclude Truffelli - la strada che ci propongono sia l’Amoris laetitia, sia la Laudato si’, e che giovedì il Papa ha richiamato con forza: assumere la concretezza dell’esistenza superando i limiti di una pastorale che divide le persone in pezzi e perciò si allontana dalla loro vita, divenendo astratta, aprioristica, attenta a rispondere a domande che nessuno porta nel cuore. L’Amoris laetitia, in particolare, sembra offrire tantissime piste di lavoro in questo senso, perché ci invita a guardare alla persona in relazione, alla sua felicità, alla cura dei legami nelle diverse età della vita, al ruolo generativo del rapporto intergenerazionale, all’importanza fondamentale della formazione della coscienza per un autentico esercizio della libertà responsabile, e a molto altro ancora. Vorrei quasi dire: non lasciamo che venga ridotta a un manuale per la pastorale famigliare o a un vademecum per corsi di fidanzati”.

Insomma, gettare il cuore oltre l’ostacolo. “Il tempo in cui ci è chiesto di rilanciare, di acquistare nuova spinta, con coraggio, con creatività, con fiducia, per rispondere alle attese di bene di coloro insieme a cui camminiamo nel mondo e per essere all’altezza delle aperture di credito con cui molti guardano a noi. È il momento di lasciare un po’ di titubanze e timidezze, rispolverando l’ardore e la generosità, ma forse anche quel  pizzico di giovanile sfrontatezza, con cui centocinquant’anni fa Mario Fani e Giovanni Acquaderni decisero di mettersi insieme a un gruppetto di altri giovani e ad alcuni amici sacerdoti per gettare il seme buono del Vangelo dentro le zolle del proprio tempo”.