L’Azione cattolica? Una scuola di sinodalità. Mons. Sigismondi “debutta” all’Assemblea nazionale

mons. Gualtiero Sigismondi

di Gianni Borsa (dal Sir) - “Papa Francesco mi ha detto: lei è al debutto!”. Sorride mons. Gualtiero Sigismondi, vescovo di Foligno e da poche settimane assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica italiana. Sulla scrivania i libri pubblicati dall’editrice Ave e gli appunti scritti in presa diretta durante l’intervento del Pontefice, il 27 aprile nell’aula sinodale in Vaticano, all’assemblea del Fiac (Forum internazionale di Ac). “Mi ha colpito l’entusiasmo con cui il Papa ci ha parlato – confida al Sir –. Si era alla vigilia del suo viaggio in Egitto, chissà quali preoccupazioni avrà avuto il Santo Padre. Eppure con noi è stato così cordiale…”.

Eccellenza, partiamo proprio dal discorso di Bergoglio al Fiac. Quali spunti le ha trasmesso?
È stato un intervento davvero ricco, articolato. Sottolineerei quattro espressioni, in particolare, che declinano quella “santa estroversione” con cui ha incitato i laici di Ac.
Il Papa ha anzitutto invitato a “raggiungere le periferie del pensiero” umano: è una annotazione che si aggiunge ai suoi inviti a percorrere le periferie esistenziali, a essere “Chiesa in uscita”.
Mi pare anche una sottolineatura riguardante la cura dei cosiddetti “lontani”. In secondo luogo ha richiamato a una preghiera che “guarda alla missione”. Si tratta di tenere l’orecchio teso al cuore di Dio senza trascurare di mettersi in ascolto del nostro tempo: mi è parsa una sua rilettura della “scelta religiosa”, tanto cara all’Ac. Terzo: il Papa ci ha detto che l’associazione non deve essere un satellite della parrocchia, che resta in orbita, che gira attorno, distaccata… Deve invece essere sempre inserita nella vita della comunità parrocchiale e diocesana.

E la quarta espressione che l’ha colpita?
Il Papa ha detto che l’Ac non è una “dogana”. Questo mi ha richiamato un’espressione di don Primo Mazzolari: la Chiesa, diceva il parroco di Bozzolo, non ha “confini da difendere o territori da occupare, ma solo una maternità da estendere”. Insomma, un’associazione aperta, magari capace di snellire qualche sovrastruttura che rischia di appesantirne l’azione missionaria. L’attenzione prioritaria va invece riservata alla vita spirituale, che consente di essere fedeli al Vangelo, audaci, mai clericalizzati.

Laici nella Chiesa e nel mondo. Un tema sul quale il Papa sta tornando più volte. Cosa ne pensa?
Ho riflettuto molto in questo periodo, dalla mia nomina in Ac, alla “scelta religiosa” e mi sono soffermato sulle parole del Vangelo: “Siate sale della terra e luce del mondo”. Qui mi pare risieda il profilo e il ruolo del laicato. Il sale si scioglie, non si vede, ma se manca, il cibo perde sapore. Così è per la lampada: non va nascosta ma posta in alto perché possa far luce. A questo proposito sento una forte sintonia con Papa Benedetto che richiamava i laici a vivere la fede non come un abito da vestire in privato. E, ugualmente, Paolo VI invitava a essere presenti da laici nella Chiesa e da cristiani nel mondo, quindi con una vocazione primaria alla famiglia, al lavoro, alla società (si pensi alla “Evangelii nuntiandi” più volte richiamata da Francesco). Lo stesso Papa Bergoglio insiste sul fatto che i cristiani laici non devono fermarsi nelle sacrestie.
Ecco, a me piace dire che il laicato deve uscire dall’ombra del campanile per andare a suonare i campanelli delle case.
Non è più tempo – aggiungerei con un’altra immagine – di una pastorale a pioggia, ma piuttosto di una pastorale “a goccia”. Io vengo dal mondo contadino e so bene che l’irrigazione di una volta, a pioggia, era poco produttiva, sprecava energie vitali con scarsi risultati. Occorre avere dunque un’attenzione alla singola persona, alle esigenze del fratello, alla sua vita. E, ugualmente, al mondo che ci circonda.

Un segnale all’Ac perché si spenda nella realtà di ogni giorno?
Il Papa a questo proposito è stato chiaro. All’assemblea del Fiac ha auspicato che l’Azione Cattolica sia presente nel mondo politico, imprenditoriale, professionale “per servire meglio” il Vangelo. Ha citato anche le carceri, gli ospedali, le strade, le fabbriche. Ma non a caso ha parlato, in primis della politica, nel senso della città, della società. Ha detto testualmente: “Voglio un’Ac tra la gente, nella parrocchia, nella diocesi, nel Paese, nel quartiere, nella famiglia, nello studio e nel lavoro, negli ambiti propri della vita”. Un messaggio forte!

Quella in corso alla Domus Pacis di Roma, fino al 1° maggio, è la sua prima Assemblea nazionale da assistente generale, durante la quale l’Ac incontrerà di nuovo il Papa in piazza San Pietro domenica 30 aprile. Come ha accolto la nomina ad assistente di Ac?
Ho espresso al Papa immensa gratitudine per questo dono. Fra l’altro è stata accolta la mia richiesta di poter rimanere vescovo di Foligno. Io non riesco a immaginare un vescovo senza diocesi. E questo lo imparo proprio dai laici, che s’impegnano in Ac mantenendo il loro ruolo in famiglia, nel lavoro, nel volontariato. L’Azione Cattolica, del resto, mi ha insegnato tante cose.

Per esempio?
L’Ac ricorda a noi preti che non sono al centro, perché al centro c’è il Signore.
Inoltre l’Ac è una grande scuola di sinodalità, la quale richiede discernimento comunitario, partecipazione responsabile e spirito missionario.
Essa indica, alle nostre comunità, che la “regola d’oro” non è la maggioranza, ma la convergenza. Mi ha colpito, poi, del discorso del Papa il suo riferimento all’Ac quale luogo di incontro per i movimenti. L’Ac è lo specchio della parrocchia e della sua ministerialità, i movimenti incarnano diversi carismi. Mi pare un invito a procedere insieme.

Appena saputo della sua nomina in Ac lei si è recato a Casa San Girolamo, a Spello, situata nella diocesi di Foligno. Oggi è conosciuta come “il polmone spirituale dell’Ac”. Vi ha vissuto tanti anni, e lì è sepolto, Carlo Carretto, cresciuto in Ac…
Quando Carretto era nel pieno del suo “fulgore”, io ero ancora giovane. Ma sono nato da quelle parti, i suoi testi sono stati preziosi per la mia formazione, e sento un richiamo forte per Casa San Girolamo.
Carretto vi insegnava l’“ora et labora”, che è un’altra formula per dire la scelta religiosa.
Con la visita a Spello ho voluto ribadire la scelta di restare vescovo di Foligno nonostante il nuovo impegno a Roma. Inoltre con la tappa a San Girolamo ho inteso confermare che la cura della vita interiore resta al centro del mio ministero di prete e di vescovo. Come Carretto, dobbiamo scrutare il mondo così come proviamo a scrutare le Scritture.