Siate profeti del quotidiano

di Antonio Martino – Con ancora nel cuore l’eco forte delle parole di papa Francesco rivolte alle Ac del mondo, riunite nell’aula del Sinodo in Vaticano, ecco giungere un altro importante felice segno di attenzione, vicinanza, cura paterna: il messaggio che la Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana rivolge all’Azione Cattolica Italiana in occasione del 150esimo anniversario della fondazione.

Testo che significativamente si apre con i tanti grazie dei nostri presuli all’Ac. Grazie: “per la vostra fedeltà”; “per il vostro impegno a tradurre a livello popolare le scelte maturate dall’Episcopato” proponendo “un modello di Chiesa caratterizzato dalla comunione e dallo slancio missionario”; “per aver concretizzato tutto questo nella ‘scelta religiosa’, intesa come formazione di laici capaci di esporsi sulle frontiere più avanzate del sociale e del politico”; “per l’impegno ad essere ‘scuola di santità’ laicale”. Una calda “grata memoria” quella espressa dai vescovi per “i tanti volti che hanno concorso a dare forma alla vostra esperienza e l’hanno resa significativa parte della storia non solo della Chiesa ma anche del nostro Paese”.

Con un primo importante augurio, che l’Ac di oggi faccia memoria di questi 150 anni “evitando di attardarvi a rimpiangere nostalgicamente il passato”. Abitare questo nostro tempo – come ci ha ricordato Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze – è, infatti, l’invito sollecito della Cei all’Azione Cattolica. Perché questo si realizzi occorre “comprendere che questo è uno dei momenti cruciali nei quali le cose di sempre vanno ribadite e diffuse con scelte creative, linguaggio rinnovato ed effettiva revisione dei tempi, modi e contenuti delle proposte”, dunque “è necessario” che l’Ac sia capace “di un autentico discernimento nelle comunità ecclesiali e nella società a partire dal vostro essere associazione”. Il discernimento - ci ricordano i presuli italiani – “è quel processo che porta a riconoscere il bene e induce a ‘prendere parte’, a non cercare il quieto vivere e il conforto dell'abitudine, a non essere spettatori ma corresponsabili del bene comune, decidendo ‘che cosa fare’, qui e ora, oltre lo spontaneismo e la ripetizione”.

In sostanza, i vescovi italiani ci ricordano che non si può abitare il nostro tempo senza abitare la vita delle persone: le fragilità e le periferie dell’umano sono il nostro orizzonte, i luoghi in cui essere testimoni e missionari del vangelo. “Siate profeti del quotidiano”, è dunque l’altro importante invito ed augurio rivolto alle donne e agli uomini di Ac: non a caso, “la profezia dell’Azione Cattolica sta nella sua capacità di sentire con la Chiesa, affiancando le persone per offrire loro la possibilità di condividere un viaggio interiore, attraverso l’esperienza della formazione globale, della ricerca spirituale, dell’ascolto, della testimonianza che – dentro la realtà terrena – sa spendersi con quella ‘spiritualità del quotidiano’ che trasforma, motiva, dona fiducia”.

Sin dalla sua fondazione e lungo il suo secolo e mezzo di storia l’impegno formativo dell’Ac ha trovato luogo originario e originante nella Chiesa. I presuli d’Italia ci ricordano – anche attraverso questo loro messaggio e in questa straordinaria occasione - che “perché tale scelta si realizzi è essenziale” - ieri come oggi e anche domani - “che si rimanga ancorati ad una Chiesa concreta, alla propria comunità”. Certo per amarla, così com’è servirla e sollecitarla profeticamente, ma – soprattutto - “senza fughe al di fuori, senza ritagliarsi una Chiesa su misura: la Chiesa di élite, la Chiesa dei perfetti, la Chiesa dei leaderismi personali”. Un pericolo sempre in agguato che può essere tenuto alla larga se il fare dell’Azione Cattolica saprà accogliere – ci dicono i vescovi - “le reali questioni della vita, la ricerca comune del senso, le specifiche attitudini che solo l’esistenza concreta può offrire”; incamminandosi “in un percorso sinodale, strada maestra per crescere nell’identità di Chiesa in uscita, capace di mettersi in movimento creativo, innovando con libertà dentro un orizzonte di comunione”.

I pastori delle Chiese locali d’Italia chiedono all’Ac di essere “lievito”, specie nelle tante realtà parrocchiali “dove si fa fatica a tessere relazioni, a costruire il senso di comunità e di appartenenza”. Abitando le nostre città come “testimoni di una capacità di lettura della realtà, di un senso di cordiale fraternità nei confronti della condizione contemporanea”, sempre “con uno sguardo evangelico, più che sacrale”; mai tralasciando “una solida attrezzatura intellettuale, il senso di libertà umana e gratuità testimoniale, la cura del gesto umano, della parola fraterna e della presenza amichevole”.

Essere dunque Chiesa in uscita, sapendo che “«uscire» è più un movimento che una dotazione”: non costituisce un’attività particolare accanto ad altre, “rappresenta lo «stile»”, la forma unificante della vita di ciascuno e della Chiesa tutta.

“Che i tempi a venire” - chiosa il messaggio della Presidenza Cei - “vi vedano impegnati sulle frontiere dell’incontro, dell’apertura all’altro, dell’accoglienza, accanto alla Chiesa che avete scelto di servire!”