Sulla soglia e nell’atrio

Rosario Carello, Enzo Bianchi, Marcello Sorgi

di Gianni Di Santo – Nel dialogo serale tra Marcello Sorgi ed Enzo Bianchi le immagini che colpiscono di più sono quelle di cristiani che stanno nell’atrio e sulla soglia della Chiesa. Pronti ad annunciare il vangelo lungo le strade degli uomini

Prove di realtà. Di costruzione di bene possibile. Per la Chiesa, per il Paese. Ci provano Enzo Bianchi, storico priore della Comunità di Bose e oggi felicemente solo fondatore, e Marcello Sorgi, giornalista attento analista della realtà politica e sociale italiana. Perché dopo le parole di Francesco di giovedì al’Ac del mondo ogni salto in avanti che è solo ideale, non rappresenta ciò che è oggi il centro dell’impegno di chi si mette insieme per costruire comunità civile ed ecclesiale. E allora, questi benedetti laici, che dovrebbero fare per essere fedeli alla concretezza e a quel coraggio consigliati da Bergoglio?

L’Ac, dice Bianchi, “aveva una formazione molto militante negli anni della sua gioventù. Un certo rigore anche morale che ha pervaso anche nella mia vita. Io volevo essere un laico cristiano che faceva testimonianza. L’Ac mi ha dato la libertà di scegliere in quel momento, eravamo nel ’65, le mie strade”.

Per Marcello Sorgi invece la storia di Pier Giorgio Frassati gli è capitata addosso quando dirigeva La Stampa. Fu all’epoca che la storia dell’Ac lo emozionò. La complessità della politica? ”Penso a Vittorio Bachelet, dice Sorgi. Al progetto, al bene comune. Loro ci hanno insegnato a essere cittadini”, commenta Sorgi.

L’Ac ha una linfa dentro ed era riuscita nella sua storia a fare il dono alla politica di persone che erano diventate persone del bene comune. Poi però le cose sono mutare, dice Bianchi. Con gli anni novanta si sono avute difficoltà. ; o forse era la comunità ecclesiale che non capiva l’Ac. In un momento in cui tutti i movimenti ecclesiali perdono di propulsione, oggi che questi non hanno  più presa nelle nuove generazioni, per fortuna c’è l’Ac che non è soggetta a questi riflussi se lei è quella che deve essere. E lei deve essere all’interno del laicato perché assicura alla Chiesa il fatto di essere in dialogo con la società.

Tra vent’anni la forma della comunità cristiana sarà differente. “La navata della Chiesa si sta svuotando”, spiega Bianchi. “Ma restano le persone della soglia e dell’atrio”. L’Ac se deve essere in missione, si chiede Bianchi, lo sia proprio stando su queste zone di frontiere, l’atrio e la soglia, per dare voce a uomini che hanno bisogno di sentire la testimonianza di Cristo, proposta nella libertà, non totalitaria, non militante. La formazione è importante però. Guai a lasciarla. Una formazione non militante, sulle frontiere della società.

Come ci stiamo sulla soglia? Non dobbiamo usare delle ottiche ideologiche. La missione oggi passa in un modo “cellulare”, molto personale. Oggi i rapporti personali intrigano una persona a conoscere Gesù. Però non dobbiamo pensare che questa missione “cellulare” non debba avere delle forme di organizzazione, perché se una cosa è selvaggia si perde presto. Il problema è che le istituzioni siano sempre a servizio della missione, sempre fresche, senza assorbire le energie. No all’autoreferenzialismo. Sì al cammino con tutti. E poi, insiste Enzo Bianchi, i laici, come chiede Francesco, devono imparare a fare da soli, senza chiedere il permesso. Sulla soglia, nelle frontiere del pensiero e delle marginalità, sull’atrio della porta accanto. Una nuova missione che vede l’Ac in prima fila. Fiera, coraggiosa, custode delle sue radici. E che si abbandona a un futuro di nuovo annuncio del Vangelo, con la sua forza, la sua storia, con la sua voglia di futuro possibile.

E, alla fine: l'Azione cattolica è capace di dare fiducia agli uomini del nostro tempo?